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Presso i Greci e i Romani, il simposio era quella pratica conviviale, che faceva seguito al banchetto, durante la quale i commensali bevevano secondo le prescrizioni del simposiarca, intonavano canti conviviali (skólia), si dedicavano ad intrattenimenti di vario genere (recita di carmi, danze, conversazioni, giochi ecc.).

Scena di Simposio: musica e conversazione. Dalla Tomba del tuffatore. Museo Archeologico Nazionale di Paestum

Indice

Uomini a banchetto

Tomba del tuffatore: vino, musica, ritrosia amorosa e kottabos
Scena simposiaca da una Kylix attica a figure rosse (ca 460-450 a.C.). Alla parete il canestro per le provvigioni (spyrìs). Museo del Louvre
« E quando Socrate ebbe detto queste cose, i presenti applaudirono;
...e d'un tratto fu picchiato alla porta del cortile, che fece gran rumore, per opera - sembrava - di una brigata allegra, ed essi udirono la voce di una flautista...
E non molto dopo udirono la voce di Alcibiade, dal cortile: era completamente ubriaco e gridava forte domandando dove fosse Agatone e pretendendo che lo si conducesse da Agatone.
Sorreggendolo, dunque, la flautista e alcuni altri del suo seguito lo condussero dai presenti; e lui si fermò sulla porta, cinto da una fitta corona d'edera e di violette, e con una gran quantità di nastri sul capo, e disse: - Vi saluto, signori: volete accettare come compagno nel bere un uomo ubriaco fradicio, oppure dobbiamo andarcene...?
...giungo adesso, con i nastri sul capo per toglierli dal mio capo e inghirlandare il capo del più sapiente e del più bello.
Riderete forse di me perché sono ubriaco? Eppure io, anche se voi ridete, so bene di dire la verità... »
(Platone. Simposio (212 c, d, e), traduzione di Giorgio Colli)

Il simposio era il convegno dei cittadini maschi adulti al banchetto e agli intrattenimenti (akroàmata) che lo animavano, e cioè la conversazione arguta e colta, la musica dell'aulos (aulòs)[1] e della lyra, la compagnia di bei giovani e ragazze compiacenti, i giochi e gli spettacoli. Il simposio, nello spirito greco, condensa ed esemplifica quei valori che rendono nobile l'uomo mettendo a disposizione del cittadino un percorso di formazione e affinamento. Si tratta una vera e propria forma di conoscenza, magari parziale, cui si accede proprio attraverso il simposio e l'abbandono alle sue pratiche: la conversazione, il vino, l'eros, il canto, la musica, la poesia, la danza. Il kòmos, la baldoria che seguiva il simposio, era un'importante componente nella vita della polis greca.[2]

Qualcuno ha definito la polis come un club per soli uomini e, se in questa definizione c'è del vero, il simposio ne era la dimostrazione. Il banchetto si teneva in un'ala separata della casa, nella quale non era consentito l'accesso alle donne sposate e ai bambini[3].

Suonatore di aulòs (auleta). Al muro un bastone da passeggio e un astuccio (sybène) per aulòs. Kylix attica a figura rosse da Vulci (ca 480 a.C.). Museo del Louvre
Etera danzante e simposiante con aulòs. Al muro un astuccio (sybène) per aulòs. Kylix attica a figura rosse del pittore di Brygos. British Museum

Gli invitati spesso giungevano portando con sé un paniere che conteneva parte delle vivande (spyrìs), e venivano fatti accomodare su letti (klìnai) addossati alle pareti delle stanze. Davanti ai letti vi erano bassi tavolini apparecchiati con vino, carne e altre pietanze.

Inizia la festa

Veniva fatto girare un recipiente di vino non diluito in modo che ciascuno potesse riempire la propria coppa e berne per poi offrire una libagione a Dioniso, accompagnata dall'invocazione del suo nome. A questo punto si cantava un inno al dio (il peana[4]) e solo dopo, a garanzia del buon andamento del simposio, veniva nominato o estratto a sorte con gli astragali, un simposiarca, con il compito di garantirne la riuscita. A lui spettava di stabilire e far osservare le regole del gioco: le proporzioni da rispettare nella miscelazione del vino, la quantità spettante a ciascuno, le regole della festa.
Una regola non convenuta, ma spesso seguita, doveva essere la stessa sana trasgressione delle regole: in tal caso la punizione comminata dal simposiarca era bonaria, spingendosi tuttalpiù a qualche blanda forma di penitenza canzonatoria.

La moderazione iniziale tendeva ad allentarsi nel corso della nottata e il contenuto delle coppe ad aumentare. Non era insolito che il simposio si concludesse nell'ubriachezza dei convenuti o, come si vede dalle pitture vascolari, che degenerasse in un'orgia alcolica.

Le etere, la musica, il canto, la danza

« Cenai con un piccolo pezzo di focaccia,
ma bevvi avidamente un'anfora di vino;
ora l'amata cetra tocco con dolcezza
e canto amore alla mia tenera fanciulla. »

La musica era di fondamentale importanza nel mondo greco, non solo nelle pratiche conviviali.

Vi erano giovani donne, appositamente convocate, che suonavano l'aulòs e danzavano: le etere, le uniche donne ammesse al simposio.
La musica aveva un ruolo importante nella convivialità simposiaca. Oltre all'aulos si suonava la lira o, spesso, la cetra. Sulle raffigurazioni vascolari compaiono più raramente il crotalo e piccoli tamburi.

A cantare e suonare non erano solo i musicisti ma spesso, a turno, gli stessi convitati, che si esibivano in uno nei già citati skòlia[5] ma che non disdegnavano nemmeno di cimentarsi in danze ed acrobazie, a volte mostrando, anche a causa dei fumi alcolici, una perizia e una destrezza non sempre impeccabili, come evidenziato dalle posture scomposte immortalate in alcuni vasi.
Chi non sapeva suonare sottolineava il ritmo del suo canto segnando il tempo con ramoscelli, di alloro o di mirto, gli àisakos.

A volte musica e danze erano animate da piccole compagnie professionali di acrobati, danzatori musicisti e citaredi, appositamente scritturate.[6]

Il vino

« Spia dell’amore è il vino.
Una tazza dopo l’altra, convinsero Nicàgora
che negava d’amarmi.
Pianse allora e piegò il capo nel sonno
con lo sguardo imbronciato,
e la corona gli pendeva da un lato. »

Durante il simposio, a differenza di quanto avveniva nel banchetto, si beveva abbondante vino accompagnato da assaggi della tipica alimentazione greca: formaggio, olive, frutta secca o esotica, assaggi di stuzzichini salati o piccanti.
Giovani coppieri mescolavano il vino all'acqua in grandi crateri, spesso all'esterno delle stanze del simposio, e mescevano il liquido entro speciali brocche da vino, le oinochoai, e da queste in tazze per bere: l'elegante e prestigiosa kylix, lo skyphos, la kotyle, o più raramente e in epoca più tarda, il kantharos, la tazza dagli alti manici ricorrente nelle raffigurazioni dei rituali dionisiaci. Nella stagione calda il ghiaccio sostituiva spesso l'acqua oppure il vino tenuto in freddo in un apposito recipiente, lo psyktèr, a sua volta immerso nel ghiaccio.

Dioniso

Una libagione simposiaca in una pittura vascolare attica a figure rosse da Vulci (480 a.C.). Museo del Louvre
« Beviamo.
Perché aspettare le lucerne?
Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Sèmele
diede agli uomini il vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti d'acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all'orlo:
e una segua subito l'altra. »
(Alceo, traduzione di Salvatore Quasimodo)

Per i Greci il vino era il dono di Dioniso, divinità giunta da remote terre asiatiche, ed era l’essenza stessa della civiltà; l’ebbrezza che esso causava era vista come una compensazione degli affanni della vita, a patto di farne un uso giudizioso. I Greci, infatti, bevevano raramente vino puro e avevano piena coscienza dei rischi che comportava un uso smodato. Sul retro di molte kylikes di età arcaica compaiono spesso dei grandi occhi spalancati. Sollevando la tazza alle labbra e inclinandola per bere, gli invitati si trovavano quasi a indossare quasi una maschera che ricorda indubbiamente il volto della Gorgone, una delle più selvagge e feroci creature del mito.

I giochi

Oltre al bere e al conversare, i convitati si dedicavano a vari intrattenimenti ludici, in genere indovinelli ed enigmi, attestati in considerevole numero: il lessicografo greco Giulio Polluce (II Secolo d.C.), nel suo Onomastikon, arriva ad enumerarne addirittura cinquantadue.

Il kòttabos

Il Kottabos in una raffigurazione attica a figure rosse su una Kylix esposta al Louvre (510 a.C.)

Il gioco più diffuso, ampiamente testimoniato da pitture e vasi, era il kottabos (Kòttabos o Cottabo). Esso consisteva nello scagliare le ultime gocce di vino rimaste nella tazza (làtax o latàghe) a colpire dei piattelli (plàstinghes) collocati su un'asta di bronzo (rhàbdos kottabikè). A volte i piattelli erano posati in equilibrio precario e il successo consisteva nell'andare a segno con la goccia facendoli cadere gli uni sugli altri con un sonoro clangore.
La kylix veniva appoggiata al polso con una presa imperniata sull'indice. La proiezione del liquido, da posizione quasi sdraiata, era accompagnata da un calibrato gesto di lancio il cui successo doveva richiedere una notevole destrezza se Sofocle, non a caso, arriva a riferire come tra i Siculi fossero in molti ad andar fieri più di un successo al kòttabos che di un riuscito lancio di giavellotto.

Non è da dargli torto visto che il gioco, oltre a conservare chiare tracce dei significati augurali e sacri attribuiti agli antichi riti del versare per terra il vino (libagioni), si connotava anche di una valenza erotica, non minore di quella del gesto atletico del lancio del giavellotto.[7] Il gesto ludico infatti, otre che da eleganti e precisi movimenti, era accompagnato dall'invocazione del nome della persona di cui si desideravano i favori.

La fortuna di un genere letterario

Dal banchetto conviviale greco, divenuto palestra di sapienza, nacque un genere letterario che ebbe cultori specialmente fra i socratici (Platone e Senofonte su tutti). La successiva letteratura conviviale prese a modello quei primi esempi e trasformò il genere in vero e proprio dialogo; esso fu usato in età ellenistica per opere di erudizione (Plutarco, Ateneo, Macrobio), mentre ebbe carattere parodistico e caricaturale con Luciano e con Petronio.

Note

  1. ^ Strumento a fiato, quasi sempre a due tubi (Diaulos), da non confondere con il flauto. L'aulòs, al contrario di quest'ultimo, era uno strumento ad ancia.
  2. ^ Celeberrima è, ad esempio, la già menzionata scena dell'irruzione, nel Simposio platonico (212 c), di Alcibiade, la testa inghirlandata, completamente ebbro e sorretto dalla sua combriccola.
  3. ^ Il simposio e il banchetto, alla maniera greca, conobbero un'immensa fortuna nella società etrusca, che li assimilò e li fece propri, adattandoli alla diversa sensibilità sociale e spirituale. Donne e mogli vi erano tranquillamente ammesse, anche a condividere la klìne dei maschi. Le immagini ad essi connesse divennero una fonte iconografica per le rappresentazioni dell'arte funerea. Si veda anche il banchetto estrusco.
  4. ^ Si tratta di una forma lirica, prettamente greca, inizialmente di derivazione dorica, dedicata alla celebrazione del culto di Apollo e Artemide. Il suo uso si diffuse in tutto il mondo greco che lo destinò al culto di tutti gli dei olimpici, per poi estenderlo ad altri usi, come la celebrazione degli uomini illustri. Se ne conosce bene anche l'uso propiziatorio negli istanti che precedevano la battaglia. Eschilo, nei Persiani (391-394), ci descrive l'effetto terrificante prodotto dall'ascolto del «nobile peana», che i persiani udirono levarsi dall'altra parte dello stretto di Salamina. Lo cantavano i greci, in coro, prima di lanciarsi «in battaglia con cuore intrepido».
  5. ^ I canti conviviali, nati a Lesbo nel VII secolo a.C. ma diffusisi presto in tutta la Grecia, finirono per diventare un vero e proprio genere letterario, non di sola matrice aulica, ma anche di impronta popolare. I canti popolari andarono a costituire un vasto corpus, la cui esistenza si reggeva sulla tradizione orale.
  6. ^ Un esempio è proprio nel Simposio di Senofonte. Ad animare il simposio è in quell'occasione un terzetto formato da una flautista, un efebo di bell'aspetto e una danzatrice che si esibiva in acrobazie e salti mortali entro un cerchio munito di spade. Gli intrattenimenti culminano in una rappresentazione del mito di Dioniso e Arianna in cui l'efebo e la ballerina/menade inscenano una invasata danza orgiastica, a tal punto realistica e ardita da eccitare la sensibilità dei commensali inducendone una buona parte ad accomiatarsi per far ritorno, a gran galoppo, alle proprie mogli.
  7. ^ Ancora oggi, l'atto di di versare il vino o di schizzarlo contro bersagli, si carica, nella cultura popolare e nell'immaginario collettivo, di un profondo significato benaugurale, apotropaico o di erotismo e fertilità, ricorrendo in moltissime occasioni, soprattutto festeggiamenti o premiazioni (si pensi solo alle scene finali di un Gran Premio di Formula Uno).

Bibliografia

Voci correlate

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