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La cinematica è quel ramo della fisica che si occupa di descrivere il moto dei corpi, senza porsi il problema di trovare le cause che lo determinano. In ciò differisce dalla dinamica che studia le forze che provocano il movimento. È significativa la definizione di cinematica come geometria del movimento: in effetti la cinematica del punto si può interamente collocare nello spazio quadridimensionale delle tre coordinate spaziali e della coordinata temporale. Il movimento in una prima approssimazione è uno spostamento che avviene più o meno rapidamente nello spazio e nel tempo, seguendo una certa traiettoria.
Cenni storiciIl termine deriva dal francese cinématique che a sua volta lo derivava dal greco kínēma-atos, movimento. La cinematica moderna nasce con gli studi di Galileo Galilei, ma la sua definizione moderna, mediante l'utilizzo del calcolo integrale, si può datare all'allocuzione di Pierre Varignon il 20 gennaio 1700 davanti all'Accademia Reale delle Science di Parigi.[1] Nella seconda metà del XVIII secolo viene arricchita dai contributi di Jean Le Rond d'Alembert e André-Marie Ampére. Con la Teoria della relatività di Albert Einstein nel 1905 ha inizio la cinematica relativistica. Concetti basePer trattare la cinematica occorre iniziare dallo studio del movimento di un corpo puntiforme, cioè di un oggetto di estensione tanto ridotta da poter essere rappresentato da un punto materiale; solo successivamente si possono studiare sistemi più complessi come fluidi e corpi rigidi. Definizione Spazio TempoNella cinematica non si può utilizzare una concezione intuitiva di spazio e tempo. Nella concezione di Newton, accettata dalla meccanica classica, esiste uno spazio vuoto, riempito dagli oggetti. Per la fisica moderna non esiste spazio vuoto. È riempito di materia e antimateria che si produce e si annichila continuamente, in tempi brevissimi, inversamente proporzionali alla massa prodotta ed è deformato dal campo gravitazionale. Per evitare le difficoltà connesse con la definizione dei concetti di spazio e tempo, si ricorre al concetto di definizione operativa (Bridgman, 1927). Bridgman ha proposto di definire le grandezze tramite le operazioni standard fatte per ottenerne una misura. Questa si dice definizione operativa delle grandezze ed evita di dover definire l’essenza delle grandezze. Una misura, pertanto, è un numero reale che dice quante volte l’unità di misura è compresa nella particolare grandezza che viene misurata. Il numero da solo, non accompagnato dall’unità di misura, è privo di significato. In questo modo le operazioni matematiche su grandezze vengono eseguite sui numeri che rappresentano le loro misure, ricordando a parte le dimensioni delle grandezze. Una distanza è la grandezza che si misura con un regolo standard. Il tempo è la grandezza che si misura con l’orologio. La simmetria per traslazione negli spazi mono, bi e tridimensionali assicurano l’omogeneità di tali spazi. Omogeneità esprime il fatto che ogni punto è equivalente a un altro al quale viene a sovrapporsi per traslazione. Quindi tutti i punti dello spazio considerato sono equivalenti. A tutti i fini pratici lo spazio fisico è omogeneo. Lo dimostra l’invariare delle leggi fisiche per traslazioni nello spazio e nel tempo. Il fatto che le leggi siano invarianti anche rispetto a rotazioni dice che non esistono direzioni diverse dalle altre e che quindi l’omogeneità si estende in tutte le direzioni: lo spazio fisico è quindi anche isotropo. Omogeneità e isotropia dello spazio sono ipotesi fondamentali alla base della teoria della relatività speciale. Le osservazioni hanno dato origine a leggi di invarianza mai smentite, al punto che si sono potute porre come principi alla base di una nuova teoria, la relatività speciale, che ha sostituito la meccanica classica newtoniana. Moto e nozione di osservatoreIl moto è un concetto relativo, presuppone cioè la definizione di osservatore. Infatti al variare dell'osservatore il moto di un punto può assumere proprietà e modalità molto diverse. L'osservatore viene definito mediante un sistema di assi, che per semplicità possiamo considerare cartesiani, e uno strumento di misura del tempo (orologio) che pensiamo collocato in qualsiasi punto del riferimento; egli inoltre misura il tempo fissando l'istante 0 nel momento che ritiene più opportuno. In conseguenza dell’omogeneità dello spazio, non importa dove si collochi l’osservatore con il suo sistema di assi cartesiani. E, per l’omogeneità temporale, non ha importanza il tempo che segna il suo orologio. Può venire fatto partire in un istante qualsiasi, quello più comodo. E, infine, per l’isotropia dello spazio non ha importanza come sia orientato il sistema di riferimento. È solo per convenienza di disegno che, di solito, si traccia l’asse delle quote z in direzione verticale. Tutte le posizioni nello spazio sono equivalenti. Non esistono né una posizione né un tempo privilegiati, rispetto ai quali determinare una posizione assoluta e l’inizio dello scorrere del tempo. Anche Newton, che pure era convinto che esistessero un tempo e uno spazio assoluti, ammetteva che tutte le misure che noi facciamo sono relative al nostro sistema di riferimento In realtà, posizioni e tempi assoluti non appaiono mai nelle nostre descrizoni. Quindi non sono necessari (rasoio di Occam) e allora conviene disporre gli assi e regolare gli orologi nella maniera più comoda possibile, tanto più che l’arbitrarietà di questa scelta deriva direttamente dalle proprietà di simmetria dello spazio-tempo. Nella pratica si rivela indispensabile che intervengano altri osservatori i quali possono concordare con quello di riferimento se sono muniti di strumenti di misura strettamente simili e facenti riferimento alle stesse grandezze standard. In effetti, mediante traslazione e rotazione del riferimento del primo osservatore si può ottenere un riferimento cartesiano con l'origine nel punto di osservazione di un secondo osservatore e con l'orientamento più adatto ai suoi strumenti, senza che l'osservazione e la misura dei fenomeni discordi dalle osservazioni del primo. Posizione su una rettaIn uno spazio monodimensionale la misura della distanza di un punto dalla posizione dell’osservatore, cioè dall’origine, ovvero fra due punti qualsiasi, è rappresentata da un numero che dice quante volte l’unità di lunghezza è contenuta nel tratto di retta che congiunge i due punti. Per definire da quale parte dell’origine si trova il punto del quale si misura la distanza, basta attribuire alla misura un segno che dice se il verso origine → punto è concorde, o meno, con il verso usato per la graduazione della retta. La situazione si estende facilmente agli spazi bi- e tridimensionali che noi consideriamo come spazi euclidei. Le osservazioni del telescopio Boomerang, paiono confermare che, su larga scala il nostro spazio è euclideo, contariamente a quanto si ritiene in alcuni modelli dell’universo. In ogni caso, nella meccanica newtoniana in uno spazio ristretto, ovvero in tutte le situazioni più comuni, lo spazio è descritto con grande esattezza dalla geometria euclidea. La distanza è una lunghezza. La lunghezza è quella grandezza che si misura utilizzando un regolo standard che funge da strumento per la misura e anche da unità di misura. Grandezze fondamentaliLe grandezze principali coinvolte nello studio della cinematica di un punto, sono la posizione e la relativa legge oraria, la velocità e l'accelerazione. Tipologie del moto
Le principali tipologie del moto di corpi puntiformi sono:
Voci correlateNote
BibliografiaCinematica classica
Cinematica relativistica
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